Interrogare i morti

Ad Andrea,
che come me ama passeggiare a braccetto col passato
[ photo by Olga Bordoni ]

Trascorro le mie giornate sul confine tra presente e passato, con i piedi nel primo e il cuore nell’altro.
«Se non è morto da almeno sessant’anni non le interessa», «Alice nel Paese dei Trapassati», «Di quale strage leggi oggi?»… Così scherza chi mi conosce e io, beninteso, rido con loro.
Mi torna ora alla mente un’amica dei tempi del liceo che si domandava perché studiassimo “solo gente morta”. Anche allora ridevo senza immaginare che, finita la scuola, proprio io non avrei più potuto farne a meno.
Il mio cuore era leggero allora, lo scontro col mondo e col suo bagaglio di disillusioni doveva ancora aver luogo.

Quando si cresce e si parte da soli alla scoperta del mondo, senza più la guida ravvicinata di chi ci ha educato, occorre trovare degli strumenti di navigazione. Nel mio caso, non potendo comprendere il presente così com’è, mi sono rivolta al passato.
I successi, le imprese, le colpe e i lutti del genere umano si fanno un po’ meno criptici una volta scoperti i meccanismi da cui hanno origine, poiché nulla di ciò che accade oggi è nuovo davvero, cambiano solo le modalità con cui avviene. Tutto è già visto, già temuto, già desiderato, già sofferto…

Sono fermamente convinta che il passato possa migliorarci, benché si osservi ogni giorno come l’uomo non sia in grado di imparare dai propri errori. “L’uomo” inteso come genere umano no, sono d’accordo, ma una persona sola può crescere grazie all’incontro con ciò che è stato vissuto prima di lei.
Mi è capitato, ad esempio, di commuovermi leggendo una lettera firmata dall’autrice George Sand diretta a un suo amante: vi era la medesima impazienza, il tormento e l’insicurezza che stavo conoscendo in quell’istante di vita. Mi sono letta in quelle parole e scoperta così fragile.
Io li chiamo “riflessi di specchio sparsi nel passato”, una serie infinita di occasioni per vedersi da fuori, da altrove, dal futuro, da un’alterità che consente di conoscerci più a fondo.
Non si tratta di un procedere a tentoni nel “qui e ora”, con lo sguardo rivolto indietro per la paura: camminare nel presente col cuore rivolto al passato è un atto d’amore per tutto ciò che esiste ed esisterà.

L’abitudine a ricercare “gli inizi” di ciò che esiste e l’incontro sempre più frequente con i “riflessi di specchio” ha però una conseguenza che è bene sottolineare: presto o tardi, si finisce col dirigere la ricerca anche su se stessi e questo comporta un atto di coraggio, oltre che di amore.
Il gioco vale sempre la candela, anche se la posta è alta.
Scoprii così che ciò che credevo di sapere di me era ben poca cosa, che non era solo il mio personale passato ad aver generato i tratti della persona che sono oggi. Per comprendere alcuni aspetti, più dolorosi di altri, ho dovuto incontrare i “miei” morti.
Solo loro, infatti, potevano narrarmi delle origini di alcune scelte che continuavo a ripetere, di ferite che tornavo ad aprire, di paure inspiegabili, di desideri mai soddisfatti. In cambio, hanno condiviso con me talenti che non sapevo di avere, ma che erano lì da qualche parte nella mia soffitta interiore, tra i ricordi di famiglia.
Il confine tra me e loro è sfumato al punto che talvolta mi chiedo se ciò che sento sia solo mio. Mi piace pensare di no, mi piace abbandonarmi al conforto di quelle presenze che partecipano alle mie scoperte e ai miei dolori.
La lezione più preziosa che il passato mi ha insegnato è che siamo tutti storie popolate di volti e che ad ogni passo che compiamo, l’ombra di ciò che fu avanza insieme a noi.

Alice: «Quanto tempo è per sempre?»
Bianconiglio: «A volte, solo un secondo»

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