La leggenda dell’isola di Ys: una chiave di lettura

A Silvia, custode di draghi
Ad Alberto, figlio delle onde

La leggenda bretone dell’isola di Ys evoca quella di Atlantide e si è mescolata, nel corso dei secoli, ad elementi della tradizione cristiana.
Il conflitto tra la nuova e l’antica identità culturale della Bretagna, prima celtico-pagana poi cristiana, anima l’intera vicenda, ma come sempre faccio quando una storia mi conquista, ho tentato una lettura più profonda, a un tempo intima e universale.
Sulla scogliera che si ergeva di fronte alla leggendaria Ys, ho riflettuto su uno dei miti più popolari di Francia per trovarne dei riflessi in me stessa. Ecco ciò che ne ho portato a casa.

La leggenda

Il re di Cornouailles, Gradlon il Grande (IV -V sec.), fece erigere una città straordinaria a largo della baia di Douarnenez ad un livello inferiore di quello dell’oceano.
Circondata da una diga imponente in grado di arginare la furia delle acque, Ys era dotata di un unico accesso di cui il re solo possedeva la chiave. Gradlon la impiegava quando la marea lo consentiva e unicamente per permettere alle barche di uscire a pescare.

Il re aveva una figlia, la giovane e passionale Dahut, che aveva avuto con Malgven, regina-fata del Nord.
La principessa, seguace degli antichi culti di cui la madre era rappresentante, accusò Corentin, vescovo di Quimper, di aver reso Ys triste e noiosa.
Un giorno Dahult fece dono alla città di un drago, che si impadronì di tutte le navi mercantili della zona.
Ys divenne così la città più ricca e potente di Bretagna, su cui regnava la fiera Dahut, seguace degli antichi riti. Si dice che la principessa trascorresse ogni notte con un amante diverso a cui imponeva di portare un velo di seta sul volto. Al mattino, questo si tramutava in letali artigli di ferro e il corpo del malcapitato veniva gettato in mare.

Un giorno, un principe di rosso vestito si introdusse alla corte di Ys, sedusse Dahut e la spinse a impadronirsi della chiave della diga, onde divenire l’unica padrona della città e liberarsi così dal giogo del padre e del vescovo. La principessa gli prestò ascolto e durante il sonno sottrasse al padre l’oggetto proibito.
A seconda delle versioni, fu il principe rosso – il diavolo sotto mentite spoglie – ad aprire la porta della diga, oppure la stessa Dahut, per amore di lui.

Ys venne sommersa assieme ai suoi abitanti.
Grazie all’intervento miracoloso di Saint Guénolé, il re Gradlon si allontanò cavalcando sulle acque in tumulto. Con sé aveva portato Dahut, ma il peso era eccessivo e il santo gli ingiunse di liberarsene o sarebbero entrambi periti.
Dahut cadde tra le onde e si tramutò in sirena.

Évariste Vital Luminais, La fuga di re Gradlon, 1884, musée des Beaux Arts de Quimper.

L’insegnamento di Ys

Solitamente l’influenza cristiana altera le leggende, conferendo un tono moraleggiante che prima non c’era. Non conosceremo mai la versione originale della storia di Ys, ma il suo messaggio senza tempo echeggia ancora, come il canto di Dahut o il rintocco delle campane di Ys che i pescatori dicono di udire quando l’oceano si quieta.

La lettura classica vede Dio punire Ys e Dahut, come accadde ad Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden, servendosi dello stesso collaboratore infido per di più. Un’interpretazione che non brilla d’originalità.
Per entrare nel nuovo sistema di potere, Gradlon ha dovuto rinnegare la tradizione dei suoi avi, simboleggiata da Dahut, metà donna e metà fata.

Là dove sorgeva Ys

Questa entità ibrida, che non a caso si tramuta in sirena, è il vero perno della storia, ancor più della città stessa.
La sua natura è a un tempo distruttiva e creatrice, poiché Dahut è sì la causa della fine di Ys, ma anche della sua prosperità.
La presenza di un drago, o serpente marino, le conferisce gli attributi dell’energia archetipica femminile, che in un dato momento del passato, ci è parsa “eccessiva”. Così, come re Gradlon, l’abbiamo scissa, respinta, relegata nell’abisso.
È la storia dell’evoluzione di molte società umane, ma anche di una singola psiche che impara a diffidare, crescendo, della sua parte selvaggia, intuitiva e creativa.
Sorrido pensando a Saint Guénolé, che mette al sicuro re Gradlon separandolo da Dahut e che, per strana coincidenza, viene pregato dalle donne sterili, affinché tolga la maledizione che impedisce al loro ventre di dare frutto.

Attraverso i miei occhi, Re Gradlon volge lo sguardo all’oceano e si sente inquieto e incompleto.
Nelle notti di tempesta, alcuni marinai raccontarono d’aver distinto un profilo di città sommersa al bagliore dei fulmini, ma oggi l’oceano mormora gentile e io tendo l’orecchio sperando che mi raggiunga un canto di sirena.

[Immagine di copertina © Victor Nizotsev art]

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