Ritorno tra i miei amati defunti

Quando affermo che nei cimiteri trovo conforto non mento, ma dovrei precisare che ciò non vale per tutti i cimiteri.
La Certosa di Bologna ospita le spoglie di diversi volti a me cari e dunque tornarvi è per me un atto dal carico emotivo importante.
Dopo molti anni di lontananza, oggi ho trovato la forza necessaria a varcare la soglia per loro, per me.

Non mi vergogno d’aver atteso.
Il mio navigare doveva riportarmi qui prima o poi, poiché non ho fatto un passo senza portare con me il ricordo di chi riposa tra quelle mura.
Il momento non poteva essere più sensato: dovevo rendere omaggio non solamente ai miei defunti, in particolare a lei, ma anche e soprattutto a ciò che di me non c’è più e riposa con loro. Per non parlare della distanza percorsa fino ad ora, aprendo la pista tra rovi e sconforto, sulla scia di aspirazioni riesumate, reinventate, infine onorate.

Grazie agli sforzi compiuti, anche alla Certosa ho trovato conforto.
E udito una voce, in principio confusa, che ha preso forma con lo scorrere di una lacrima. O di una carezza, non ricordo più.


Cimitero monumentale della Certosa di Bologna.

Ricordati bambina

«Nella stagione del mio addio, ho udito il tuo passo varcare il vecchio muro di cinta.
Al tempo della tua ultima visita eri fanciulla, ma sotto alle fronde invecchiate tante volte da quel giorno avanza un cuore di donna.

Il tuo passo narra di orizzonti che mai ho conosciuto.
Ascolto, mi meraviglio e intono una nota di conforto, per sciogliere dai tuoi capelli lacrime di gelso maturo.
I dormienti si destano al battito dei ricordi, ma cantano solo per le gesta nuove.

Nella stagione del mio addio ricordati bambina, del tempo in cui venisti al mondo tra adulti imperfetti, gravidi di non detti, qualche sopruso, molte ferite, troppe rinunce… Una schiera di Narcisi smarriti.
Nelle tasche una vaga nostalgia di fonte, di sete mai più provata, di acque da cui furono trascinati via.
Non era il riflesso la chiave dell’incanto, ma l’atto d’amare sé stessi che per molti è letale ma, in dosi ponderate, è rimedio universale.

Eri bambina quando amare era respiro. Intorno, tra cielo e terra, solo propaggini di te. Tue le ferite, il rancore, il silenzio.
È giunto il giorno in cui farti portale, la soglia ove il dolore si versa e scorre oltre.
La vita si eredita per rinnovarla.

Vieni, piccola donna, siedi con me.
Non abbiamo memorie da condividere, perché ero già un ricordo quando nascesti, ma il mio abbraccio lo porti dentro senza saperlo.
Lascia qui sulla pietra il desiderio di salvarmi, che hai portato troppo a lungo.
Io sono ciò che fu, tu ciò che potrebbe essere, ma solo se mi lascerai riposare. Grazie delle tue lacrime, le accolgo per bagnare la terra.

Guardale fluire, risali il cammino e troverai la fonte a cui innamorarti».

Foto e parole
© Alice Rocchi

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