Grazie, zia

Una sera di tanti, tanti anni fa – siamo a Bologna, agli inizi degli anni Cinquanta – Cornelia ha in programma di andare al cinema assieme a suo marito Franco e al fratello di lui.
Quel giorno incrocia sulle scale la vicina, che conosce di vista.
«Che bello! – dice lei quando accenna al film in programma – Anche a me piacerebbe vederlo».
A Cornelia viene allora spontaneo invitarla a unirsi a loro.
Grazie a lei, quella donna diventerà più tardi mia nonna e il fratello di Franco, mio nonno.
Non ho mai conosciuto mia nonna, che una malattia portò via molto presto. Negli ultimi giorni della sua vita fu Cornelia a occuparsi di lei, a sostenere mio nonno e mia madre.
Un invito dell’ultimo momento. Cornelia avrebbe potuto lasciar cadere, andare al cinema con Franco e suo cognato, fine della storia. Una piccola iniziativa che per me ha significato tutto.

Anni dopo, nel mezzo di una pandemia, leggo e rileggo la bozza degli appunti che Cornelia mi ha affidato. Sono le sue memorie incomplete, che a sua insaputa ho corretto, battuto, riordinato perché lei le vuole “scritte per bene, senza errori”.
Ora, si tratta solo di inviargliela perché capisca che sono disposta ad aiutarla a finire il suo racconto, perché a voce non riesco.
Esito, posticipo, sfioro l’idea di lasciar perdere, penso che non è il caso, che nessuno me lo ha chiesto… Finalmente, un giorno premo “invio”.
La nostra storia si apre e si chiude con due iniziative personali tanto piccole, quanto cruciali.
Per la prima volta mi trovo a chiedermi “e se…?”.
Se non mi fossi offerta, di quanta serenità l’avrei privata?
Ma soprattutto, cosa mi sarei persa?

Io e Cornelia al lavoro

Le donne della mia famiglia hanno due cose in comune: le prove grandi che la vita ha posto loro dinanzi e la dignità con cui le hanno attraversate. Cornelia ne è l’esempio culminante.
Mi viene spesso domandato quanto pesi “il testimone che Cornelia mi ha passato”. La mia risposta è sempre la stessa:
«Nessuno peso, nessun testimone». 
Un testimone che passa di mano in mano non cambia. Una testimonianza non è la stessa cosa, perché inevitabilmente cambia quando passa da una persona all’altra, ma soprattutto trasforma chi la trasmette e chi la riceve.
Io non posso testimoniare in vece di Cornelia, che dal suo canto ha fatto tutto ciò che era possibile per lasciar traccia della sua storia. Posso però testimoniare cosa significhi averla conosciuta, cosa è cambiato in me ascoltandola, osservandola.

Il peso che porto è un altro, ed è semmai quello del confronto con quell’incrollabile dignità che non sembra umana, e che pure è la cosa più umana che ci sia.
Cornelia non ha mai chiesto pietà, ma riconoscimento e giustizia.
Il dolore non si toglie, si trasforma piano piano, dandogli senso.
Allora forse, mi dico, sarà possibile provare un giorno ciò di cui spesso mi ha parlato Cornelia: nel varcare, dopo tanti anni, il recinto del cimitero di Casaglia, sentiva dentro “come una gran pace”.
Una pace che nasce anche dalla dignità, quella resa a chi è caduto, quella con cui ha portato la sua ferita.

Cornelia si è spenta il 19 aprile.
La notizia della sua morte mi giunge mentre mi trovo sulle coste della Normandia, una terra profondamente segnata dalla guerra.
Quel giorno, stordita, mi imbatto in un cimitero militare, come molti se ne incontrano da quelle parti. Una targa annuncia che vi riposano i resti di francesi caduti nella zona durante l’avanzata tedesca del ‘40. 
Non mi aspetto di trovare anche dei civili, ma ci sono: donne, anziani, bambini.

Tre tombe allineate attraggono la mia attenzione, tre lapidi grigie, ciascuna con inscritta una parola che mi fa sentire freddo in pieno sole:

INCONNUE, INCONNUE, INCONNU
“Sconosciuta, Sconosciuta, Sconosciuto”.

Di colpo, torno con la mente a Casaglia e vedo Angiolina, la madre di Cornelia, debole e ferita, trovare la forza di chiedere alla figlia di coprire il corpo di una donna che le giace vicino. Nel cadere si è scoperta.
«Coprila, Cornelia, per favore».
Ecco un modo per rimanere umani, penso: restituire dignità, pretendere che venga mantenuta sempre, anche nella morte.
«Non preoccuparti – mi disse Cornelia in un giorno per me molto doloroso – ce la farai. Ce ne ho io della forza, te la do io!».
Non saprei dire se la dignità di queste antenate più spesso mi atterrisca, o mi salvi, ma certo è che se l’inscrizione su quelle lapidi mi mette freddo, è perché Cornelia mi ha insegnato a leggere con occhi nuovi.

Mi pare di udire la sua voce:
“Qualcuno li avrà cercati. È brutto, sai, non sapere… Nessuno che si ricorda”, ma è solo immaginazione.
Raccolgo dei fiori per gli INCONNUS e torno a sentire il tepore del sole.
Le mie lacrime per Cornelia cadono su tombe senza nome.
Nel lasciare il cimitero provo qualcosa di nuovo. È quasi, non ancora, l’alba di “una gran pace”.

La spiaggia di Dieppe, Normandia.

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