Il 10 giugno 1944, tre mesi e 19 giorni prima dell’inizio degli eccidi di Monte Sole (BO), 643 persone venivano massacrate con modalità simili a una ventina di chilometri da Limoges, nel Sud-Ovest della Francia.
Quando dalla strada intravedo le rovine, una parte di me preferisce convincersi di stare guardando un set cinematografico abbandonato.
Quando varco la soglia del Centro della Memoria di Oradour-sur-Glane, ogni resistenza si fa da parte. Leggo a uno a uno i pannelli illustrativi che tentano di dare una spiegazione, per lo meno fattuale, alle rovine che il visitatore incontrerà alla fine del percorso.

Il borgo di Oradour-sur-Glane era nel pieno delle attività quel pomeriggio d’estate. La guerra aveva limitato le risorse, ma la vita quotidiana rimaneva in fermento. Vagando per le strade deserte, la prima cosa che salta ai miei occhi è la differenza di tenore di vita rispetto alle comunità mezzadre del nostro Appennino, all’epoca della guerra.
Le palazzine erano piccole, ma dignitose e vi si conduceva un’esistenza lontana dalle privazioni che Cornelia racconta con affetto nelle sue memorie: automobili, biciclette, macchine da cucire, café, fornai, macellai, parrucchieri, calzolai, mercerie, una stazione del tramway, un ufficio postale, una farmacia, tre scuole, un centro medico e poi uffici di notai e avvocati… Tutto questo si poteva incontrare nel borgo “rurale” di Oradour, una quotidianità più vicina alla nostra, che ai racconti di mia prozia.

In quel grazioso centro della Francia “libera” dall’occupazione tedesca, col tempo agli abitanti si erano mescolati numerosi rifugiati, proprio come era accaduto nelle nostre campagne. Racconta Cornelia:
La paura spinse gruppi sempre più numerosi di cittadini a sfollare verso la nostra zona, che fino a quel momento era stata risparmiata dagli scontri armati. La comunità mise a disposizione ciò che aveva, che non era molto. Iniziammo con l’ospitarli in casa, poi nelle stalle, nelle capanne per gli attrezzi, infine ovunque si trovasse del riparo.
A Oradour, però, la provenienza degli “sfollati” era della più varia: spagnoli cacciati dal regime franchista, ebrei francesi e stranieri in fuga dalle persecuzioni e poi profughi alsaziani ed ex-abitanti della Moselle, zone in cui la Germania aveva requisito abitazioni e terreni per assegnarli ai cittadini tedeschi.

In tutta la Francia le operazioni della Resistenza si erano intensificate attorno alla data prevista per lo sbarco alleato in Normandia (6 giugno) e avevano sortito l’effetto desiderato: i reparti dell’esercito tedesco che dovevano raggiungere il Nord della Francia per rinforzare le linee si trovarono alle prese con delle ferrovie inutilizzabili, dei mezzi corazzati danneggiati e una perenne mancanza di carburante.
L’8 giugno una parte della divisione Waffen SS Das Reich muove verso Tulle e Limoges per rispondere agli attacchi di “bande criminali” operanti nella zona, che erano riuscite a catturare alcuni dei loro ufficiali. Dei membri della Milizia francese, fondata da regime di Vichy per combattere i “terroristi” della Resistenza, seguono le stesse operazioni di saccheggio e rastrellamento. Il 9 giugno le SS travolgono Limoges, Guéret e Argenton-sur-Creuse. A Tulle, 99 ostaggi vengono impiccati per le strade e numerosi abitanti deportati.
Il giorno dopo, la terza compagnia, circa 200 Waffen SS, giunge a Oradour-sur-Glane e circonda l’abitato, così da tagliare ogni via di fuga. Sono circa le 13:00, il sole splende.

Oltre ai rifugiati, ai 330 abitanti di Oradour si sono aggiunti molti lavoratori quel giorno e soprattutto bambini, mandati a scuola dalle famiglie delle frazioni vicine.
In pochi minuti la compagnia fa radunare tutti i civili. Chi non è in grado di muoversi, chi tenta di nascondersi o di fuggire viene eliminato sul posto.
Tutti gli uomini al di sopra dei quattordici anni, circa 180 persone, vengono separati da donne e bambini, smistati in gruppi e condotti in varie costruzioni stabilite preventivamente e quindi fucilati.
L’eco degli spari e il fumo provocato dagli incendi semina il panico negli abitati vicini. I genitori, inquieti perché i bambini non hanno fatto ritorno da scuola, si precipitano a Oradour, ma vengono abbattuti a loro volta.
Quando mi addentro tra le rovine della chiesa, dove furono rinchiusi 350 tra donne e bambini, mi colpisce l’odore acre che permea l’ambiente e, soprattutto, l’altezza dei fori di proiettile nei mattoni e nella pietra dell’altare, che non supera le anche. Mirare basso, per colpire i bambini.

L’unica testimonianza diretta di ciò che accadde tra quelle mura proviene dall’unica sopravvissuta, Marguerite Rouffanche, poi corroborata dalle deposizioni delle SS nei processi che seguirono. Marguerite parla di un gas irrespirabile, di esplosioni, di spari e di quello che uccide sua figlia.
Si finge morta tra i cadaveri, attende un momento propizio per fuggire e riesce a lasciarsi cadere all’esterno passando da una finestra dietro l’altare. Aiuta quindi una donna col suo neonato a fare lo stesso, ma mentre corrono le grida del piccolo attirano l’attenzione di un soldato, che spara uccidendo madre e figlio e ferisce Marguerite, un attimo prima che questa riesca a mettersi in salvo.
Tra il muro e l’altare c’e uno spazio molto stretto, dove furono rinvenuti molti corpi carbonizzati di bambini, un tentativo disperato di offrire loro un po’ di protezione.
E lì, mi attraversa un pensiero: tanti bambini, senza le madri. Per un attimo, mi pare che abbia l’eco della voce di Cornelia, perché sento che avrebbe osservato esattamente questo, se fosse stata lì con me: Almeno a Casaglia, erano insieme.

Quest’anno la mia personale commemorazione degli eccidi di Monte Sole, che iniziavano il 29 settembre 1944 e terminavano oggi, 5 ottobre, si è svolta lontano dall’Italia, adempiendo a una promessa fatta a Cornelia.
Il suo ricordo mi ha accompagnato rovina dopo rovina e ne ho avuto conferma solo più tardi, mentre selezionavo le immagini per questo articolo. Per uno strano riflesso, infatti, i miei scatti si erano concentrati sulle macchine da cucire abbandonate, simbolo per lei, che era apprendista sartina allo scoppio della guerra, di creatività, emancipazione e, soprattutto, di speranza per il futuro.
Ma quei rottami ricoperti di ruggine assumono al mio sguardo anche un valore personalissimo, un filo che lega le mie due “case”, attraverso la Memoria.
