Novembre – La fata del vento

[ Images © Kirsty Mitchell photography, Far, Far, Away Part II, from The Wonderland Book ]

A Daniza,
che non teme di volare

Ogni volta che qualcuno sogna di volare, da qualche parte nasce una fata del vento.

Questa può essere di due tipi: una creatura tutte risate e gridolini d’argento, che svanisce qui e riappare là, proveniente di solito dal sonno dei bambini; oppure, una figura diafana, languida, indifferente a tutto e arresa ai capricci della brezza, generata di norma dai sogni dei grandi, dove si è perduto il valore dello staccarsi da terra.

Incontrai una di queste creature, del tipo meno allegro, mentre vagavo col cuore pesante nella foschia di una serata d’autunno.
Pareva smarrita, ma non cercava indicazioni, poiché quando mi offrii di aiutarla, non sollevò nemmeno lo sguardo. Sospesa da terra, indugiava tra misteriosi ricordi, che affioravano alle labbra in frammenti indistinguibili, come i versetti di una preghiera. Aveva lo stesso volto della malinconia che mi tormentava in quel periodo, così volli sapere: «Cosa ti rende triste?»
«Ho dimenticato come si vola» rispose la creatura, senza guardarmi. Poi sospirò e nella condensa del suo respiro vidi le immagini confuse di un enorme tendone, di trapezisti e di acrobati.
Nel sogno da cui aveva preso vita, aggiunse la creatura, il suo corpo poteva tutto: non vi era legge, né ostacolo in grado di impedirle di salire più in alto, eppure adesso, per quanto tentasse, non vi riusciva più.
«Ti prego, vola tu adesso per me» disse.

Io la guardai confuso, non sapendo cosa rispondere, ma poi, d’improvviso, una folata giallo-arancio di foglie cadute mi investì e, quando riaprii gli occhi, mi ritrovai tutto solo nel crepuscolo.

Di solito, quando sogno di staccarmi da terra, mi sveglio di soprassalto, madido di sudore, freddo di spavento; invece quella notte lasciai la paura a terra e spiccai il volo senza timore.
Mi risvegliai al termine di un viaggio straordinario, al bacio della brezza pungente sospirata dall’alba, che aveva scostato i vetri della finestra. Mi sollevai sui gomiti sorpreso, ascoltando il mio cuore battere in modo diverso, leggero, come non credevo potesse più fare.

Poi per un attimo la vidi là fuori, in alto, volteggiare tra le nuvole, sospinta dalle folate fruscianti dell’autunno.
Era lei, la creatura del vento, che spargeva sul mattino il tintinnio delicato d’una risata d’argento.

© Alice Rocchi

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