Statuetta in calcare, I – III secolo d.C., proveniente dalla cantina di un’abitazione a sud della piazza pubblica di Alésia, Francia.
Il nome deriva da epos, parola di radice celtica che indica il cavallo, animale-emblema dell’aristocrazia militare dei Galli.
La dea è celibe, solitaria, “cosa rara nella società divina dei Celti” (P.-M. Duval).
Divenne molto popolare tra i Romani dopo la conquista della Gallia, ma mantenne la sua indipendenza perfino in questo processo. Non venne infatti associata a un’altra divinità, come accadde sempre ad Alesia al dio celtico guaritore Moritasgus, comparato dai Romani al dio Apollo. Anzi, Epona ricevette i titoli di “Augusta” e di “Regina”, come le altre grandi dee di Roma.
In Gallia, i Romani rappresentarono spesso Epona mentre cavalca all’amazzone, come in questo caso. La sua statua si trovava a protezione delle scuderie dell’esercito, soprattutto sulle “Limes” (‘frontiere’).
La dea proteggeva chiunque avesse a che fare con cavalli, asini o muli: allevatori, cavalieri, scudieri… Ma di che energia si faceva portatrice? Ho letto che Epona viene ritenuta una dea della fertilità, come altre decine, se non centinaia. La fertilità e l’abbondanza possono ben essere una conseguenza del favore di Epona ma, quando le risposte si fanno generiche, sento il bisogno di andare oltre.
Preferisco soffermarmi su quello spirito indomito che la rende celibe e focalizzare l’attenzione su cosa rappresentava per i Celti il cavallo: ricchezza certo, ma soprattutto il potere di muoversi, di combattere, di conquistare, di scegliere.
Di conseguenza, riconosco Epona nel sommo dovere di difendere il diritto alla scelta, di rispettare la libertà degli altri e custodire la propria.
La sento vibrare in un’assertività equilibrata, che si rifiuta di chinare il capo davanti a un sopruso.
In sostanza, preferisco pensare a Epona come dea della libertà, che concede solo agli audaci di cavalcare con lei. Perché? Perché la libertà non va temuta, mai.
Non la propria, poiché alla paura piacciono i muri, le catene, i recinti, tutte cose odiose agli occhi di Epona; ma nemmeno la libertà degli altri, perché se coltivo a fondo la mia forza e il mio discernimento, le scelte legittime degli altri non potranno mai davvero danneggiarmi.
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