Cornelia Paselli: “La vita è sacra”

25 aprile 2024, Festa della Liberazione.

Scrissi di getto questo pensiero il giorno dello scoppio della guerra in Ucraina.
All’epoca mia prozia, Cornelia Paselli, testimone degli eccidi di Monte Sole (BO, 1944) era ancora tra noi.
Oggi questo pensiero ha un sapore ancora più amaro e proprio per questo non smetterò mai di festeggiare il 25 aprile.


24 febbraio 2022

Proprio oggi, il primo giorno di una nuova guerra, era stata fissata la presentazione di Vivere, nonostante tutto a un gruppo di giovani studenti delle scuole medie superiori.

Appena terminato l’incontro, come sempre, telefono a Cornelia per raccontarle come è andata, ma invece della solita voce calda e avvolgente, mi accoglie un tono spento, grigio: «Hai sentito?» mi chiede.
Non ho bisogno di precisazioni: so a cosa si riferisce. «Sì, zia.»
«È un disastro… Una catastrofe.»
Il mio stomaco si chiude. Cornelia fatica a trovare le parole, lei che ai miei occhi sembra non aver mai paura di niente e nessuno. Ascolto il suo silenzio senza sapere come riempirlo. Lo immagino agitato da pensieri rivolti alle nuove vittime, gente la cui vita in queste ore sta venendo stravolta come capitò a lei a diciotto anni. Uno passato più che mai presente.

La giornata di oggi, però, mi ha dato speranza, così la racconto a Cornelia per tirarla su di morale. Le dico che questi ragazzi hanno negli occhi la stessa fame di pace che ha lei e che chiedono con insistenza a noi “grandi” come farla crescere e portarla nel mondo. Pare impossibile, così tante persone si sono spaccate la testa invano prima di noi ma, mentre parlo con lei, dal nulla sopraggiunge un ricordo.

Tempo addietro, una giornalista aveva domandato a Cornelia: «Come si può andare avanti dopo aver vissuto un’esperienza come la sua? Da dove si trae la forza di continuare?»
La sua risposta, diretta e sintetica come sempre, è rimasta sospesa nell’aria per qualche secondo, prima di entrarmi dentro:

«La vita è sacra.»

La vita è sacra e come tale va vissuta, protetta e venerata. Ci provò, la guerra, a strapparle quella convinzione, quando aveva diciotto anni. La gettò nel fango, la soffocò nel sangue davanti ai suoi giovani occhi; eppure, lei la raccolse, la ripulì e se ne prese cura, ripetendola tra sé come un mantra. La vita è sacra: lei continua a crederci, anche dopo aver visto lo scempio che della vita può essere fatto.
E l’ha vissuta tutta, fino in fondo. La sua esistenza, proseguita intensa e piena d’amore ben dopo la fine guerra, è stata la sua sublime rivalsa.

Mi ha insegnato che esiste sempre una scelta. La sua è stata quella di guardare nel profondo delle proprie ferite e di trarne nutrimento per gli altri, invece che rancore. Questo, per lei, è prendersi cura della pace e della libertà.

E noi, invece, da dove possiamo cominciare? Su questo, mi trovo d’accordo con Cornelia, che amava testimoniare soprattutto nelle scuole: si comincia dai giovani.
E si continua fino all’ultimo respiro.

«È ora di essere creativi» ho detto a quei ragazzi. «È ora di guardare dove nessuno ha ancora osato guardare. Io ci credo.»
«Nella pace?»
«Nel vostro coraggio di aprire gli occhi.»

Il racconto di questa giornata funziona: sento Cornelia che ride al telefono.

Non immagina quanto abbia imparato, da quella risata.

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