La leggenda bretone dell’isola di Ys è molto simile a quella di Atlantide.
La versione originale, alterata per secoli dall’influsso del Cristianesimo, è impossibile da ricostruire. Eppure, se è giunta fino a noi conservando inalterato il suo fascino, la leggenda deve essere portatrice di un messaggio, una verità ancestrale che non dev’essere perduta. Questa, almeno, è la mia opinione.
Il conflitto tra l’antica e la nuova identità culturale della Bretagna, prima celtico-pagana poi cristiana, permea l’intera vicenda. E rispecchia forse un conflitto più profondo e universale.
Sulla scogliera che si ergeva un tempo di fronte alla leggendaria isola di Ys, ho riflettuto su uno dei miti più popolari di Bretagna. Ecco che cosa ho portato a casa.
La leggenda
Gradlon il Grande fu il re di Cornouailles, una regione storica della piccola Bretagna, tra il IV e il V sec.
Obbedendo alla sete di conquista, il re allargò i confini del suo regno fino a incontrare Malgven, regina-fata del Nord, di cui si innamorò.
Lungo il viaggio di ritorno verso la Cornouailles, Malgvan rimase in cinta e partorì in riva al mare la figlia che aveva concepito con Gradlon, Dahut, morendo subito dopo.
La principessa Dahut crebbe conservando un’attrazione irresistibile per l’oceano, dove riposavano i resti di sua madre e divenne come lei seguace degli antichi culti. Per questo, trovava insopportabile la crescita di influenza del cristianesimo nel regno di suo padre e in particolare Corentin, il vescovo di Quimper.
Dahut pregò allora suo padre di spostare la corte in una città in mezzo al mare, così da permetterle di vivere secondo i suoi desideri, cosa che il re le accordò.
Dahut divenne quindi la sovrana della stupefacente città di Ys, che Gradlon fece erigere a largo della baia di Douarnenez a un livello inferiore di quello dell’oceano. La città era circondata da delle dighe imponenti in grado di arginare la furia delle acque e dotate di un unico accesso, di cui solo Gradlon possedeva la chiave.

Per assicurare la ricchezza ai suoi sudditi, Dahut suggellò un patto col mare, il quale avrebbe concesso alla città di Ys mille draghi per attaccare i convogli navali e recuperarne i bottini. In cambio, avrebbe dovuto offrire al mare altrettante vittime umane.
Per unire l’utile al dilettevole, Dahut decise di scegliersi mille amanti, uno diverso per ogni notte. Imponeva a tutti di portare un velo di seta sul volto, che al mattino si tramutava in letali artigli di ferro. I corpi senza vita venivano infine gettati in mare, assicurando la prosperità del regno di Ys.
Il re Gradlon, sconcertato dai peccati della figlia che un sant’uomo, Saint Guénolé, non cessava di riportargli, decise di far erigere come ammenda una cattedrale nel centro di Ys.
La fiera Dahut, folle di rabbia, fuggì sulla vicina isola di Sein per essere iniziata alla saggezza delle nove druidesse che la abitavano. Riesce così, grazie alla magia appresa, a costruire in una notte un palazzo magnifico, che fece sembrare la cattedrale una semplice chiesetta di paese.

Un giorno, un principe di rosso vestito si introdusse alla corte di Ys, sedusse Dahut e la convinse a sottrarre a suo padre la chiave delle dighe, millantando un piano per liberare Ys dal giogo del vescovo.
A seconda delle versioni, fu il principe rosso – il diavolo sotto mentite spoglie inviato da Dio per punirla – ad aprire le dighe, oppure la stessa Dahut, manipolata da lui. Fatto sta che quella notte la città di Ys venne sommersa dalle acque per sempre, assieme ai suoi abitanti.
Grazie all’intervento miracoloso di Saint Guénolé, il re Gradlon poté allontanarsi all’ultimo, cavalcando sulle acque in tumulto. Con sé portava Dahut, ma il peso era eccessivo e il santo gli ingiunse di liberarsene o sarebbero periti entrambi.
Dahut cadde così tra le onde, ma grazie alla magia si tramutò in sirena, finendo con l’abitare per sempre il mare. Solo qualche volta venne avvistata nuovamente sulla terra, in forma di una biscia bianca.

Una lettura
Non conosceremo mai la versione originale della leggenda, mai il suo eco si fa ancora udire, come il canto di Dahut o il rintocco delle campane della cattedrale di Ys, che i pescatori dicono di udire quando l’oceano all’alba si quieta.
Ys deriverebbe dal termine Keris, che in bretone significa “città bassa”. Nella baia di Douarnenez Keris indicava un insediamento che venne sommerso dalle acque verso la fine del V secolo, le cui rovine sono ancora visibili con la bassa marea. Keris si sarebbe col tempo trasformato in Ys e la vicenda sarebbe divenuta l’origine della leggenda, narrata per la prima volta verso la fine del XIV secolo.
Dahut compare la prima volta soltanto trecento anni più tardi, nel XVII secolo, nel periodo della caccia alle streghe, all’interno delle Vite dei Santi di Bretagna di Albert le Grand. Questa versione inserisce non soltanto il personaggio della principessa, ma lo connota in maniera negativa, così da donare alla leggenda una funzione “edificante”.
La lettura più ovvia vedrebbe pertanto Dio punire i peccati della corrotta città di Ys e di Dahut, come accadde ad Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden, servendosi dello stesso collaboratore infido per di più. Un’interpretazione che non brilla d’originalità.
Per entrare nel nuovo sistema di potere, il re Gradlon ha dovuto rinnegare la tradizione dei suoi avi, simboleggiata da Dahut, metà donna e metà fata. Questa entità ibrida, che si tramuta non a caso in sirena, è a un tempo distruttiva e creatrice, poiché Dahut è sì la causa della fine di Ys, ma anche della sua prosperità e della costruzione di un magnifico palazzo.
La presenza della biscia bianca e dei draghi, o serpenti marini, quindi di creature che vivono e si spostano senza staccarsi da terra, le conferisce gli attributi dell’energia tellurica, simbolo del potere femminino che in un dato momento del passato a qualcuno o meglio, a molti, parve eccessivo.
Così, come accadde a re Gradlon, a un dato momento quell’energia libera, benefica e letale è parsa spaventosa ed è stata perciò relegata nell’abisso.

È la storia di ogni singola psiche che impara a diffidare, crescendo, della sua parte libera, intuitiva e creativa. Dopotutto, Saint Guénolé salva re Gradlon separandolo da Dahut, che era “troppo” da portare per lui. Lo avrebbe sommerso, ossia perduto.
Curiosamente, il santo viene pregato dalle donne sterili, affinché tolga la maledizione che impedisce al loro di dare frutto. Come un inconscio bisogno di reintegrazione, che riporta al momento della scissione interiore, rappresentato dalla condanna del santo. Come a dire “restituiscimi il potere che fa prosperare”, ma questa è solamente la mia lettura.
© Alice Rocchi
[Immagine di copertina © Victor Nizotsev art]
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