“Vivere, nonostante tutto” ha preso vita. Da testo è diventato spettacolo, conferenze, confronto e soprattutto, proprio come desiderava Cornelia, una lettura scolastica. È infatti principalmente nelle scuole che si è svolta la sua attività di testimonianza.
«Perché preferisci raccontare ai giovani?» le chiesero una volta.
«Perché loro ascoltano. A loro interessa davvero quel che ho da raccontare.»
Durante un incontro dedicato alle sue memorie, degli studenti delle scuole medie superiori mi hanno domandato:
Come ti senti, adesso che Cornelia ti ha trasmesso questa responsabilità?
È stato come ricevere una scossa. Non ne faccio una colpa ai ragazzi anzi, li ringrazio per avermi costretto a interrogarmi sul mio ruolo.
Qualcosa in quella domanda stonava e l’ho fatto notare subito.
Esiste un confine sottile, ma fondamentale, tra testimone diretto e discendente, per il quale il secondo non sarà mai la continuazione del primo.
Io non ero a Monte Sole nell’autunno del 1944; ho però condiviso per decenni, in silenzio, il lutto di Cornelia, vivendo l’ingiustizia di essere privata di una parte di famiglia. Da bambina non si ha ancora il senso del tempo o dell’esperienza: il fatto di non aver conosciuto Virginio, Angiolina, Luigi e Maria non mi faceva sentire di meno la loro mancanza. Sono cresciuta con questo senso di perdita e ingiustizia, che ha cominciato ad alleviarsi curando le memorie di mia prozia.
Di questo posso testimoniare, spiegando l’importanza di affrontare i non-detti, soprattutto in famiglia, non di altro. Possiamo dimenticarci del passato, ma il passato non si dimentica di noi; se davvero vogliamo aggiungere un pezzo di racconto completamente nuovo, bisogna prima di tutto accorgersi in che misura ciò che è stato ci influenza. A volta ci potenzia, altre ci acceca e va bene così, ma bisogna accorgersene.
«Io ti ho coinvolto» commentò ad alta voce Cornelia, con lo sguardo adombrato, una volta che discutevamo della pubblicazione di “Vivere, nonostante tutto”.
«No, zia, ricordi male» replicai. «Sono io, che mi sono offerta.»
I lutti, i traumi, le ingiustizie subite si possono trasmettere di generazione in generazione, non la responsabilità. Assumerla è un atto libero di volontà, che avviene nei modi, nei tempi e nella misura adatta. Così è stato per me.
«Perché non ti sei decisa prima a realizzare questo progetto assieme a Cornelia? Perché hai atteso tanto?»
mi domandarono degli studenti delle scuole medie inferiori, in un’altra occasione.
Un’altra scossa, un’altra occasione di interrogarmi. La risposta, anche questa volta, è stata sorprendentemente spontanea.
«Sapete, ragazzi, per compiere certi passi bisogna essere pronti. Io non ero pronta, prima. Non avevo la forza di guardare Cornelia negli occhi, mentre raccontava. Ho dovuto perdere a mia volta qualcuno che amavo con tutta me stessa, per riuscirci.»
Grazie, ragazzi, per queste preziose domande.

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