[ Images © Kirsty Mitchell photography, The Fade of Fallen Memories, from The Wonderland Book ]
A mia madre
La Porta attendeva in fondo al giardino.
Da tempo nessuno metteva più piede sul sentiero e a poco a poco la natura ne aveva sfilacciato i contorni, distribuendo ombre di muschio e di oblio.
La Porta custodiva il passaggio attraverso il muro e non le competeva la scelta di quando, o a chi cederlo.
La Porta chiusa semplicemente attendeva.
D’un tratto apparve una donna: occhi stanchi, pesanti di ricordi.
La Porta la soppesò mentre avanzava incerta, stringendo tra le mani una chiave. Giuntale dinnanzi, sentì che esplorava l’anta palmo a palmo con la mano.
«Non ho più serratura» disse la Porta con uno scricchiolio del legno. «Troppo tempo è trascorso dall’ultimo passaggio. Rinuncia e ritorna sul tuo cammino.»
La donna ebbe un sussulto, poi si avvide che la Porta diceva il vero: non vi era traccia di serratura da nessuna parte.
«Non so dove altro andare» mormorò disperata.
«Torna indietro» ripeté la Porta. «Ritrova quel che conosci, quello che sai. Non è prudente proseguire: nemmeno io so cosa attenda al di là di me.»
«Ho perso tutto per questa chiave» mormorò la donna e si lasciò cadere contro la Porta, ferendosi nell’abbraccio graffiante dell’edera. La chiave premeva contro al suo grembo e la guancia umida di pianto aderì al legno come un bacio.
Quando se ne staccò, rimase sul legno un alone nero, profondo, come il foro di una serratura.
La chiave entrò, si udì uno scatto e la donna passò.
La serratura svanì appena la Porta fu richiusa e così rimarrà, in attesa del prossimo viandante che, col suo pianto, allevierà un istante la solitudine della Soglia.
© Alice Rocchi