Dolmen e menhir: una chiave di lettura

Il Dolmen delle Tre Pietre, nel piccolo bosco della Garenne, vicino al paese di Trie-Château (dipartimento dell’Oise, Francia), esercita un fascino peculiare che ricorda quello dei focolari domestici: più che soggezione, suscita rispetto e raccoglimento.
Si tramanda che il filosofo Jean-Jacques Rousseau, che per un periodo visse a Trie-Château, amasse recarsi alle Tre Pietre per meditare in solitudine.


In Francia, i dolmen e i menhir si trovano sparsi un po’ ovunque sul territorio e nei secoli sono entrati a far parte delle comunità locali, quasi come dei veri e propri personaggi.
Esplorando diverse regioni, sono incappata spesso in questi monumenti megalitici e ho tentato di fare un minimo di ordine nella catasta di aneddoti, dati archeologici, false credenze e superstizioni che si sono raccolti intorno a queste opere nel corso del tempo.
Non mi accontentavo di subire un generico fascino, desideravo conferirgli un senso o una sorta di funzione che fosse valida anche per l’essere umano di oggi, perché se ci sentiamo ancora attratti da queste pietre, significa che in qualche modo continuano a parlarci.

Menhir della penisola di Crozon, Bretagna.

Per riuscirci, ho dovuto ricorrere a quella parte di me che, lungi dal pretendere di capire, prova invece a intuire. Dopotutto, non serve a molto rimanere strettamente razionali, un po’ perché la leggenda è ormai inscindibile dalla storia “autentica”, un po’ perché proprio quest’ultima fa acqua da tutte le parti ed è essa stessa costellata di ipotesi e supposizioni.

L’epoca di costruzione dei dolmen e dei menhir è solitamente collocata in un arco temporale che comprende millenni. Le tecniche di realizzazione non sono del tutto accertate e la scelta dei giacimenti appare talvolta incomprensibile in termini di praticità. Sull’impiego possibile che le popolazioni del Neolitico riservavano alle loro opere, poi, è stato detto di tutto e di più.

Il sito di Stonehenge, Wilthshire, Inghilterra.

Di recente, nella zona boscosa intorno a Beauvais – conosciuta soprattutto per l’aeroporto dove transitano i voli low-cost per Parigi – ho scoperto uno di questi misteri di pietra: il dolmen delle Tre Pietre.
Non si tratta dell’esempio più grandioso presente in Francia, eppure l’impressione che ne ho ricavato è indelebile quanto la meraviglia e la soggezione provate a Stonehenge, o presso i templi megalitici di Malta.

Vista dell’anticamera del Dolmen delle Tre Pietre

Mi chiedo perché il dolmen delle Tre Pietre si chiami così, visto che le rocce che lo compongono sono ben più di tre. Ho ipotizzato che il termine derivi da una delle antiche denominazioni della località, ma non ne ho la certezza.
Quel che invece è certo è che, superata la piccola anticamera, esisteva un corridoio di pietre senza uscita lungo circa otto metri, orientato in direzione Sud/Sud-Ovest, che un tempo era dotato a sua volta di una copertura, anch’essa di pietra.

Del corridoio non rimangono che pochi resti, ma questa tipologia di dolmen è ben nota ed è detta allée couverte (“corridoio coperto”). La parola allée in francese significa anche “viale”, “cammino” e trasmette quindi un senso di passaggio. Un passaggio per dove?

I resti di una camera lunga e stretta un tempo coperta.

Nel XIX secolo il suolo della camera venne scavata, ma gli archeologi dovettero constatare che i saccheggi avvenuti nel corso dei secoli avevano lasciato ben poco.
Tuttavia, vennero rinvenuti dei resti ossei per la maggior parte irriconoscibili, appartenenti probabilmente sia a sepolture umane che e ad animali, più qualche frammento di ceramiche e utensili in selce. Si dedusse pertanto che il dolmen avesse una funzione di necropoli per gli abitati limitrofi.

Come altri monumenti dello stesso periodo, il dolmen era dissimulato da un tumulo composto da terra, argilla e ciottoli, così da lasciare visibile solamente l’entrata dell’anticamera, una sorta di portale coperto per accedere a un’altra dimensione.

Sul fondo dell’anticamera è stato aperto un foro di circa trenta-quaranta centimetri di diametro, probabilmente destinato ad ospitare un tappo di legno o di pietra, detto “Foro delle Anime”. Si ritiene infatti che le salme venissero fatte passare attraverso questa apertura, benché quest’idea mi convinca poco da un punto di vista puramente pratico.

Nel corso dei secoli sono sorte numerose leggende e credenze erronee, come quella che attribuiva il monumento preistorico alla cultura celtica, che si sviluppò molti secoli più tardi. Le versioni più poetiche narrano che le fate avrebbero trasportato le pietre sul luogo nei loro grembiuli, oppure che le rocce fossero spuntate dal suolo spontaneamente, come germogli magici.
I veri autori appartenevano invece a una delle antiche popolazioni della cultura “Seine-Oise-Marne”, vissuta tra il 3400 e il 2000 a.C. (Neolitico finale).

A chi visse nelle vicinanze del dolmen, però, importava poco sapere chi avesse portato davvero le pietre. Ciò che contava era il potere magico di cui le ritenevano dotate.
Esisteva infatti la tradizione di condurre al dolmen i bambini intorno ai dieci anni per farli passare attraverso il foro, con la testa rivolta verso l’interno della camera, onde preservarli da determinate malattie.
La pratica avrebbe funzionato solo con i figli dei tre villaggi vicini (Trie-Château, Trie-la-Ville e Villers-sur-Trie), una prova del legame esclusivo esistente tra le pietre e le comunità locali, che sentivano di essere i beneficiari privilegiati del loro “potere”. Come se il passato di un luogo potesse guarire il presente.

A circa duecento metri dal dolmen, sorge anche un menhir, un’unica lastra infissa nel terreno proveniente dal medesimo giacimento calcareo-siliceo, che si trova a circa trecento metri dalla zona. Forse i monumenti megalitici in origine erano molti di più, ma chi può dirlo?

Tra le numerose teorie di cui ho letto, quella che mi piace di più riguarda l’importanza del posizionamento delle pietre sul terreno che non sarebbe affatto casuale, ma dipenderebbe dalle polarità opposte dell’energia tellurica (ossia della Terra).
I dolmen si troverebbero in punti con una spiccata polarità per così dire “negativa”, ricettiva, legata ai riti di passaggio tra la vita e la morte. I menhir indicherebbero invece un picco di energia che induce all’azione, al potenziamento, all’espansione. Lo scopo dei rituali e dei sacrifici avrebbe così deciso presso quale dei due tipi di altare recarsi.

Il Menhir vicino al Dolmen delle Tre Pietre

Come queste antiche popolazioni conoscessero il posizionamento di questi punti speciali non ci è dato saperlo, ma la sensibilità con cui indagavano lo spazio e la natura non doveva aver molto a che vedere con la nostra.
Personalmente, non trovo difficile simpatizzare con l’immagine di un dolmen che funge da portale tra due mondi, un’apertura di pietra verso le profondità umide e oscure della terra, che richiamano quelle dell’utero.

Chiudo gli occhi e subito mi raggiunge l’immagine del tappo che si solleva, seguita da quella di cibo, bevande e doni che attraversano il «Foro delle Anime» per venir deposti nel segreto della camera.
Pensieri e messaggi in forma di offerte, che i defunti avrebbero potuto raccogliere a loro piacere, poiché il bisogno di continuare a prenderci cura di chi abbiamo amato e perduto è insito nella natura umana e ci accomuna attraverso le ere.

Così, sulla soglia tra i due mondi, ho lasciato messaggi ai miei cari invisibili, nella speranza che possano sentirmi meglio grazie alla speciale magia del dolmen.
Nei pressi del menhir invece, ho portato propositi per il futuro, desideri da realizzare e battaglie da vincere. Saprò dirvi più avanti se l’idea ha funzionato…

Che cosa c’è nel presente che lo rende così impaziente di giudicare il passato?
C’è sempre una tendenza alla nevrosi nel presente, che si crede superiore al passato ma non può  del tutto superare un’angoscia persistente all’idea che potrebbe non esserlo.

Julian Barnes, L’homme en rouge

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