Franco era un giovane sui vent’anni dal sorriso gentile e il corpo da lottatore che, come Cornelia amava sottolineare con una punta di orgoglio, era stato vincitore di un torneo di lotta greco-romana. Lo conobbe a Bologna, prima dello scoppio della guerra, dove si recava ogni giorno col treno da Vado per studiare da sarta.
In “Vivere, nonostante tutto” Cornelia racconta che, prima di partire per andare a combattere in Russia, Franco le regalò una sua fotografia, come usava all’epoca. Sul retro aveva scritto: “Con tanto affetto”. Era il settembre del 1942. Cornelia non avrebbe avuto sue notizie fino alla fine della guerra.
Al suo ritorno, lo sguardo di Franco era cambiato. Lui stesso scrive nel suo diario:
Mi guardai nello specchio e mi parve di vedere non un giovane di 21 anni, ma un uomo quasi distrutto: la barba lunghissima mi rendeva anche più scarno e gli occhi avevano preso una strana espressione. Troppe scene orribili avevano visto e ne conservavano ancora la visione.
Un vissuto che si leggeva “in faccia”, nei silenzi cupi, nelle lunghe notti tormentate da incubi. Dopo la guerra, a Bologna, Cornelia e Franco si trovarono profondamente cambiati. Forse, fu la stessa “strana espressione” che avevano negli occhi a guidarli l’uno verso l’altra, a farli innamorare e infine sposare nel ’48.
Più tardi, Franco divenne pittore e con un discreto successo, tanto da permettergli di organizzare delle mostre. La sua specialità erano i paesaggi eterei, luminosi, dalle tinte tenui e vaghe, quasi dei miraggi; pochissimi ritratti, qualche natura morta, in generale mai un tono fosco. La sua pareva una continua ricerca di pace e di leggerezza. Dopotutto, l’arte è l’antico rifugio delle anime ferite, incapaci di raccontarsi, o di chiedere aiuto.
Ecco perché, quando trovai tra le sue tele la rappresentazione di soldato assopito, avvolto da una malinconica foschia grigio-blu, rimasi sorpresa. Chiesi spiegazioni a Cornelia, la quale mi disse che l’uomo era un soldato russo e che il dipinto s’intitolava “Spasiba”, che significa “grazie”.
«Perché “grazie”?» Sapevo che Franco aveva combattuto contro i russi nel quadro dell’operazione militare Barbarossa, lanciata dalla Germania nazista contro l’Unione Sovietica nel 1942; perché decidere di ritrarre un soldato russo che, in più, lo ringraziava?
«Fu dopo una battaglia» mi spiegò Cornelia. «Mentre raccoglieva i feriti, incontrò quest’uomo moribondo, che faceva verso di lui così», mimò il gesto di portarsi le dita alle labbra. «Franco allora gli accese una sigaretta e lui gli disse: spasiba, e morì.» Dopo una lunga pausa, Cornelia aggiunse: «Non fu visto di buon occhio dai suoi superiori, ma che altro poteva fare? Stava morendo.»
«Poteva ignorarlo e non fare niente» dissi. Cornelia scrollò le spalle: «Non era il tipo.»
Dal diario di Franco Trevisi:
Furono notti d’inferno, senza riposo e non dormivo già da quattro notti senza prendere cibo, poiché la disorganizzazione era grande.… [la ritirata] diveniva sempre più disastrosa, poiché notai che gli infermieri abbandonavano i feriti, che rimanevano sulla neve in balia del freddo e senza cure. […] Correndo raggiunsi la trincea tenuta dai Russi e vi contai una infinità di soldati morti. Molti erano solo feriti ed abbandonati dai compagni. Mi fecero molta pietà. […] Un soldato russo ferito, forse ad una gamba, mi chiese una sigaretta che, naturalmente gli buttai. Notai che rimase molto sorpreso nel vederci così umani e mi parlò ma, naturalmente, compresi solo una parola ed era “spaccia” [Sic.], cioè “grazie”.
Il 15 gennaio 1943 un’offensiva sovietica a Nord del fiume Don aveva travolto gli Alpini, corpo di cui Franco faceva parte. Mal equipaggiati e a corto di rifornimenti, gli italiani iniziarono una tragica ritirata nella steppa incalzati dalle divisioni sovietiche. La rotta si concluse il 31 gennaio e costò decine di migliaia di perdite.
[…] La continua tensione nervosa ci uccideva, non si dormiva da quindici giorni e non si mangiava mai. Eravamo quasi pazzi per il freddo e ci guardavamo negli occhi l’un coll’altro compagno, come inebetiti. Non eravamo più creature umane, ma bestie bastonate con una gran rabbiaimpotente ed una immensa tristezza nel cuore. Se qualcuno in quei momenti la possedeva ancora. […] Io dormivo camminando, dormivo con gli occhi aperti. Eravamo divorati dagli insetti che ci rendevano pazzi di tormento. Mai potevo immaginare che un individuo potesse resistere a simili torture e fatiche ed eravamo di carne, di povera carne che ogni giorno perdevamo a brandelli. Molti miei cari amici erano morti, scomparsi per sempre.
Cornelia venne a conoscenza dei dettagli della spedizione a cui Franco aveva partecipato soltanto dopo la sua morte, sopraggiunta quando io ero piccolissima, grazie al ritrovamento di questo diario, che mio zio teneva custodito in un cassetto.
Sfogliando il manoscritto, si nota come il resoconto diventi sempre più scarno col procedere dei giorni, fino a farsi telegrafico, un freddo registro di movimenti e di tappe.
Chi ha conosciuto Cornelia impiega spesso, parlando di lei, le parole “forza” e “delicatezza”, tentando di descrivere il connubio misterioso che ben la rappresenta. Dal canto mio, mentre mi perdo nei paesaggi dipinti da Franco alla ricerca di frammenti dell’uomo che non ho mai conosciuto, scopro gli stessi ingredienti, lo stesso mistero racchiuso in un lottatore dal cuore gentile.
Due tele in particolare catturano il mio occhio, distaccandosi dal resto. Entrambe contengono una figura umana, soggetto rarissimo, come ho già spiegato, nei quadri di Franco. Una è il povero volto di uno straniero che muore tenendo tra le labbra la parola spasiba; l’altra è una donna che tiene un fiore tra le mani, Cornelia in realtà, seduta in una luce che sa di pace, di tenerezza, in definitiva di amore.
Sorrido, immaginando Franco dirmi: «Vedi? È possibile amare, anche dopo l’orrore.» E Cornelia, al seguito: «È possibile “vivere, nonostante tutto”».
(Le memorie di Cornelia Paselli, curate da me sotto la sua supervisione, sono state pubblicate presso ed. Zikkaron col titolo di “Vivere, nonostante tutto”).
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