30 ottobre 2020
Tra pochi giorni mia prozia, Cornelia Paselli, compirà novantacinque anni.
Da quando ne aveva diciotto, porta un fardello: Cornelia è una degli ultimi testimoni dei sanguinari eventi che investirono la porzione di Appennino bolognese compresa tra i fiumi Reno e Setta nell’autunno del 1944.
Gli eccidi
In passato, nei libri di storia l’evento veniva ricordato come strage di Marzabotto (BO), dal nome del comune più importante della zona, ma oggi si preferisce il termine di “eccidi di Monte Sole”, poiché i crimini a cui ci si riferisce si verificarono in una porzione di territorio ben più ampia, dominata dalla cima più alta del massiccio roccioso, Monte Sole, appunto.
È la strage più efferata operata dalla Germania nel quadro della ritirata, non a caso detta “aggressiva”, dal Meridione, sotto la spinta degli Alleati.
Nell’arco di una settimana, dal 29 settembre al 5 ottobre 1944, in centoquindici località sparse nella zona, furono brutalmente massacrate settecentosettanta persone, di cui duecentosedici bambini, centoquarantadue ultrasessantenni, trecentosedici donne.
L’episodio di cui Cornelia fu testimone si svolse nel borgo di Casaglia la mattina del 29 settembre. Entro il perimetro di un piccolo cimitero furono uccise centonovantasette civili, membri di ventinove famiglie. Cinquantadue erano bambini.
Cornelia sopravvisse nascosta tra i corpi senza vita ammassati sopra di lei. Molti erano parenti, ma lei li conosceva tutti, quei corpi: erano la sua comunità, tutta intera.

(immagine da La Repubblica)
Le sue memorie

Durante una visita che ritagliai in un breve interludio tra lockdown, sullo sfondo di un mondo paralizzato dalla pandemia, Cornelia mi confidò che, diversi anni prima, aveva iniziato a redigere le proprie memorie. Purtroppo però, non era mia riuscita a terminare il racconto poiché, disse, il semplice gesto di reggere la penna era diventato troppo faticoso per le sue dita vecchie e fragili.
Allora d’impulso, senza ben comprendere cosa mi spingesse a farlo, le chiesi di poter leggere quella bozza incompleta. Non volevo portare in Francia il manoscritto, così fotografai le pagine col telefonino. Ricordo che nell’inquadrare quei fogli ricoperti di una grafia corsiva ligia e curata, che sapeva di vecchi manuali scolastici, lavagna d’ardesia e polvere di gesso, mi trovai a sorridere, commossa.
Rientrata a Parigi, lo stesso misterioso impulso che mi aveva spinto a fotografare le pagine mi obbligò a batterle a computer. La narrazione partiva dai primi ricordi d’infanzia di Cornelia e spaziava tra i ricordi della vita di montagna dell’epoca, dagli aspetti più teneri a quelli più difficili.
C’era una vita, prima della guerra, sembrava voler dire in quelle pagine. Una vita che significava tutto per lei, una vita che aveva importanza. E c’era una vita, ancor più dura, anche durante la guerra, che aveva altrettanta importanza.
Poi, giunse l’autunno.
Tutti gli abitanti della zona, che si erano rifugiati nella chiesa di Casaglia per sfuggire ai bombardamenti della pianura, furono forzati da un drappello di soldati tedeschi a varcare la soglia del piccolo cimitero lì accanto. A quel punto, la narrazione si interrompe.

Solo allora compresi la portata di quell’interruzione.
Non erano le dita a non poter reggere la penna, come mi aveva detto lei, ma un cuore troppo afflitto, che aveva custodito da solo quei ricordi fino a lì. Fissai la pagina bianca con un nodo allo stomaco e la vista annebbiata. Che sciocca ero stata.
Quando feci recapitare a Cornelia la bozza, non avevo un’intenzione chiara in mente, se non un vago, disperato desiderio di fare qualcosa per lei.
Il giorno dopo il telefono squillò. Era lei. «Lo finiamo insieme!» esclamò.
Il nostro lavoro
Iniziò così una lunga serie di video-chiamate, di letture, riscritture, domande e confronti di un’intensità impossibile da descrivere; a tutto questo, aggiunsi lunghe ore di studio e di ricerca, in una solitudine imposta dalla pandemia che rendeva tutto ancor più difficile.
Un girono, mentre da sola rileggevo il testo e aggiustavo la punteggiatura, mi accorsi di avere le mani bagnate. Le lacrime erano cadute senza preavviso, come a volermi ricordare che quell’abisso, quel dolore, riguardava anche me. Un vaso che trabocca e finalmente si rovescia.
Potevo risparmiarmi e prendermi più tempo? Forse, ma in quell’istante ho capito di aver molto più bisogno di arrivare in fondo, di vedere quelle memorie pubblicate. Ne ha bisogno Cornelia, ne abbiamo bisogno noi famigliari, ne hanno bisogno tutti gli eredi di quegli eventi.
Il racconto è infine terminato. Adesso, a distanza, si lavora per la pubblicazione.
Ho combattuto l’immobilità grazie a Cornelia, ricordando ciò che amo fare di più: narrare per guarire.
La sua storia è per tutti quelli che vorranno accoglierla. E prendersene cura, quando lei non ci sarà più.
