Incontro

[ photo: me for © D-amas+ ]

Maschere e pelle. Una finisce dove l’altra comincia, ma il limite è perduto.
Le mie labbra bruciano di rinunce, d’immobilità, di silenzio. Invano le cerco sotto alla maschera, ma non incontro che condense di paura.
Avanzo secondo un copione, non ricordo quando ha avuto inizio.
Questo incontro, di certo, non era previsto. Sfoglio il copione in fretta, cercando le battute.
Mi vede, mi riconosce. Per un attimo, la maschera traballa, ma ecco la paura che spunta dalla botola e attacca a suggerire:

«Ciao! Come stai? Quanto tempo! Che mi racconti? Sei andato in vacanza? E dove sei stato? Hai già pensato a dove andrai l’estate prossima?
E adesso che fai di bello? Dove lavori? Ti sei sposato? E di figli ne hai?
È stato un piacere rivederti. Becchiamoci una di queste sere, che si chiacchiera un po’».

Ci separiamo e mi sale alla bocca una nausea familiare. Non sopporto più il tanfo che le battute del copione mi lasciano addosso.
Se chiudo gli occhi, le vedo scorrere sotto alle palpebre. Nel bianco tra i caratteri c’è movimento: il ribollire di un sentire che riscrive le battute. Mi spingo oltre e inizio a leggere:

“Oh no, ancora tu. Pensavo fossi passato, concluso, come il periodo che vivemmo assieme.
Come posso spiegare con le parole ciò che sono a ciò che ero?
Cosa starai pensando? Cosa guardi? Cosa misuri?
Non chiedermi come sto, ti mentirei perché conosco bene quel fremito nello sguardo che segue la domanda, nient’altro che la malcelata speranza di una conferma, quella di sapere che va come al solito: uno schifo.
In vacanza, guarda un po’, sei andato dove siamo stati tutti. Ci sono stata anch’io, sai che fantasia. Una volta sapevamo essere fantasiosi, te lo ricordi?
E l’estate prossima? Che ne dici di andare dove vogliamo andare una volta tanto, anche se non ci va nessuno? E se ci andassimo proprio perché non ci va nessuno? Ce lo avrei il coraggio di partire, secondo te?
Accidenti, stavo bene fino a un momento fa! Non potevi rimanere un ricordo?
E se adesso avessi il cattivo gusto di dirmi che fai il più bello dei lavori? No, non sei felice, posso leggertelo addosso, riconosco il mio stesso alone di noia.
Ancora una volta mi sento sollevata, per poi sentirmi peggio.
Addio. Spero di non incontrarti mai più”.

Le schegge del sentire echeggiano come note dissonanti che il cuore assembla, componendo il timbro di una voce che non voglio ascoltare, familiare. È la mia.
Il sentire è un sapere antico che sgretola le battute, le rimescola in uno specchio, me lo mostra.
Alla superficie, affiora un canto sommesso che non posso impedirmi di ascoltare. Non credevo che la verità avesse un volto di sirena:

“Oh no, un frammento di me.
Sei felice? Dimmi di no, ti prego, o dovrò farmi la stessa domanda.
Ricordi tutto ciò che volevo fare e quel che volevo essere?
È tutto in quel frammento di ricordo che porti con te.
Ho rimandato tutto.
Tu ti sei rimandato?
Fermati, non voglio conoscere la risposta.
Non parliamone più, per poter vivere ancora per un po’ infelici e scontenti”.

© Alice Rocchi

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