Il peso del silenzio

Riflessione sul ruolo non scritto dei discendenti

Vivere, nonostante tutto” continua a farmi dono di esperienze e conoscenze non speciali, ma significative.

Di recente mi ha scritto una lettrice che, fino a poco tempo fa, non sapeva di essere la discendente di una vittima degli eccidi di Monte Sole (Marzabotto, BO, autunno 1944). La lettura delle memorie di Cornelia l’ha spinta a farmi questa confidenza.

Questa sera ho letto tutto d‘un fiato “Vivere, nonostante tutto”. Due anni fa ho scoperto che mia nonna ha vissuto in una frazione di Marzabotto fino al novembre del 1944… Lei non ne ha mai parlato e ci aveva sempre detto che erano scappati a Bologna prima dell’eccidio. Quella memoria è andata persa per la grande sofferenza che suscitava anche solo pensarla.
Grazie a Cornelia Paselli e a te per la condivisione di questa importante memoria e responsabilità umana e civile. Grazie.

Non è la prima volta che leggo o ascolto un racconto simile, proveniente da parenti desiderosi di definire se stessi e la propria posizione rispetto al vissuto traumatico di un membro della famiglia. Non mi sento preparata a ricevere confidenze di questo valore, ma allo stesso tempo mi sento grata e non voglio sottrarmi.

I parenti e discendenti delle vittime di eventi storici gravi come quelli accaduti a Monte Sole, quando trovano il coraggio di guardare al vissuto famigliare, possono spesso sentirsi impacciati o impotenti. Anche desiderando assegnare un posto in piena luce a verità dolorose e liberarsi così del peso del silenzio, non sanno come procedere.

Lo so, perché ho convissuto quasi quarant’anni con quel peso. Non è poco, ecco perché è importante confrontarsi con qualcuno che si trovi, o che si sia trovato nella medesima posizione. 

Quand’è che il silenzio comincia a pesare?

“Non chiedere”, “lasciala in pace”, “non rivangare”… Questi erano gli ammonimenti che ricevevo da bambina, quando doveva imparare il rispetto del dolore altrui.
Poi la bambina, sempre rispettosa, è cresciuta e ha cominciato a cogliere in quelle parole ripetute come per riflesso una nota stonata, una sorta di disagio, la tendenza nevrotica a rimandare il confronto con la voragine lasciata dal trauma. All’inizio sembra più semplice ma, col tempo, il non-detto si fa insopportabile.

Non è semplice evitarlo, altrimenti non si rimarrebbe così spesso invischiati in questo meccanismo. Bisogna considerare la condizione peculiare del discendente, erede di un dolore e di un’ingiustizia immensi, inferti ben prima di cominciare a esistere. Non è accaduto a lui, ma lo sente, gli appartiene, annidato da qualche parte nelle viscere. È difficile da spiegare. 

Nel silenzio che si forma attorno a un vissuto traumatico, i famigliari vivono come “mutilati”. Percepiscono una parte di sé da cui si sentono separati e che non sanno come raggiungere. Una parte di storia invisibile e ingombrante, di cui dubitano perfino di esserne degni. Ma sono loro e senza non lo sarebbero.

Per fortuna, esistono gesti potenti e curativi che solo i discendenti possono compiere.

Non si tratta di chiedere, né tanto meno di forzare qualcuno a raccontare. Basta offrirsi di ascoltare.
«Sai, riguardo a quella storia, se mai un giorno volessi dirmi come è andata, ti ascolterò volentieri.»

Basta questo, davvero. Qualcuno preferirà comunque il silenzio: in quel caso, rispettatelo. Tanto l’invito avrà fatto comunque il suo effetto, perché quella storia è stata nominata. Che sappiano di non essere i soli a portare quel fardello.

E il silenzio avrà già cominciato a sgretolarsi.

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