In piena pandemia avevo dedicato un articolo a questo importante progetto, che allora si trovava ancora in fase embrionale.
Ho l’onore e la gioia di annunciare che a giugno 2021, mentre Parigi ricomincia a vivere e i tavolini tornano finalmente a occupare i marciapiedi, le memorie di Cornelia Paselli vedranno la luce!
La pandemia è riuscita per un po’ a smorzare il rumore della vita, ma non a fermarla ed è con un tempismo perfetto che questa pubblicazione fa la sua comparsa nel mondo, poiché è alla vita invicta che è dedicato.

Cornelia Paselli è mia prozia. Nel novembre 2020 ha compiuto novantacinque anni. Quando ne aveva diciotto fu testimone della strage di civili più efferata del fronte occidentale, perpetrata dalle SS tedesche durante la Seconda guerra mondiale.
Gli eventi si svolsero tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 nella porzione di Appennino bolognese compresa tra i fiumi Reno e Setta.
Al termine più noto di strage di Marzabotto, oggi viene preferita la dicitura, più corretta, di “eccidi di Monte Sole”. Cornelia diceva semplicemente Quello che ho vissuto.
In quel tragico autunno, Cornelia scampò per miracolo al massacro della propria intera comunità. Tra i vari parenti, nel cimitero di Casaglia perse sua madre e due fratellini di dieci anni ciascuno, Maria e Luigi.

Dopo la strage, Cornelia riuscì a ricostruire una nuova esistenza a Bologna.
Ma la memoria tornava incessantemente a quell’autunno del 1944 e così, negli anni, il bisogno di testimoniare si fece sempre più pressante.
«Fu un’amica insegnante a convincermi a raccontare la mia storia nelle scuole» mi spiegò Cornelia.
L’incontro con la Scuola di Pace di Monte Sole rese più intenso e costante il suo impegno, divenuto necessario per “provare a dare un senso” all’accaduto.
Come è nato il progetto

Nell’estate 2020 mi recai in visita da Cornelia, approfittando di una breve pausa concessa dalla pandemia. Durante le nostre chiacchiere, mi confidò di avere un desiderio mai realizzato, un libro in sospeso da molti anni.
«Quale libro, zia?»
«Il mio» replicò con la sua consueta, disarmante semplicità, indicandomi un quaderno dalla copertina blu, che spuntava da una pila di riviste e ritagli di giornale.
Sfogliando le pagine, la prima cosa che mi colpì fu la grafia curata con cui erano state vergate, quel corsivo ricciuto che insegnavano un tempo nelle scuole.
Nel manoscritto era contenuta la stesura incompleta delle sue memorie, impossibile da portare a termine a causa dell’artrite che le rendeva impossibile reggere la penna. In realtà, realizzai più tardi che era giunta a un impasse: qualcosa di ben più profondo le impediva di proseguire.
Quel pomeriggio domandai a Cornelia il permesso di fotografare il manoscritto per leggerlo in un secondo momento con la dovuta attenzione. Desideravo già in cuor mio di aiutarla, ma non sapevo come.
La narrazione era fresca e genuina come quella di una fiaba, ma oltre a essere incompleta, aveva bisogno di essere riordinata e ampliata, per rendere il racconto accessibile anche a chi non conosce nulla degli eccidi, o è estraneo alla zona.
Obbedendo a una sorta di impulso, iniziai il lavoro di riordino e battitura a computer, segnando dove necessario l’aggiunta di una nota, un ampliamento, un approfondimento…
Senza averle anticipato nulla, inviai il testo ai suoi figli perché lo facessero giungere nelle sue mani.

Attesi la sua reazione combattuta tra l’impazienza e gli scrupoli.
Dopotutto, avevo messo mano alla parte più intima e delicata di lei senza il suo consenso, mettendo la massima cura nel tentare di non alterare il suo stile, certo, ma pur sempre intervenendo con suggerimenti e correzioni.
Poco tempo dopo, infine, al telefono sento giungere il responso.
«Lo finiamo insieme!» Il sorriso di Cornelia, sfuocato dalla telecamera, irradiava tutta la speranza che quella bozza rappresentava per lei: qualcuno era disposto ad aiutarla! «Non sai da quanti anni vado dietro a quel libro. Da sola non ce la faccio. Arrivata a un certo punto, mi blocco.»
«Vediamo che cosa riusciamo a combinare insieme» le risposi, sollevata.

Dei presenti nella foto, Leandro fu l’unico a sopravvivere alla guerra.
L’inizio dei lavori avvenne nell’autunno 2020. Mentre il mondo tornava a chiudersi in se stesso, io e Cornelia trascorremmo ore al telefono a evocare memorie felici e non, senza distinzione, trattando ogni ricordo con rispetto, scegliendo le espressioni più adatte, aggiungendo aneddoti, finendo a piangere, poi a ridere e poi di nuovo a piangere nell’arco di manciate di minuti.
Ero sempre io a stancarmi per prima.

Per arricchire di particolari la narrazione, confrontai i ricordi di Cornelia con le interviste che aveva rilasciato in passato e con altre testimonianze di sopravvissuti. Frugai gli archivi online, i saggi e i documentari dedicati agli eccidi.
Desideravo che ogni riga non fosse solo approvata da lei, ma che ricevesse un’inquadratura storica, necessaria alla comprensione dei fatti.
Durante la fase di ricerca la mia quotidianità, già alterata dal lockdown, divenne surreale.
Per un periodo, mi parve impossibile separarmi da quelle memorie: udivo l’eco delle voci dei sopravvissuti prima di addormentarmi e versavo lacrime dal nulla. Le vittime degli eccidi di Monte Sole avevano adesso un nome, un volto, uno sguardo, un temperamento… Con l’aiuto di Cornelia, li sentivo più vicini, quasi viventi.
Quest’impressione di vicinanza con le vittime è uno degli aspetti più preziosi di tutta l’esperienza. Ogni emozione nata lungo il percorso di stesura, piacevole o meno che fosse, è servita a colmare una distanza che in me aveva fatto il suo tempo: quella tra il ritrovarsi a essere un’erede della memoria storica e la scelta di esserlo.
Di questa crescita, ringrazio Cornelia e tutte le anime di Monte Sole.
Spero che la lettura di “Vivere, nonostante tutto” possa arricchire i lettori almeno quanto ha arricchito me il lavorarci.